“Non possiamo più assistere inerti allo smantellamento della sanità pubblica nel nostro territorio. Il caso dell’ospedale di Sapri rappresenta una ferita aperta, che continua a sanguinare nell’indifferenza generale”. Con queste parole, la dottoressa Pina Cimmino, medico ospedaliero in quiescenza, ha lanciato un accorato appello dalle colonne della stampa locale.
Una voce autorevole, la sua. Cimmino non è solo una professionista stimata, ma un simbolo di lotta e dignità. Aveva appena 22 anni quando, con coraggio e determinazione, affiancava don Giovanni Iantorno, il pretedelpopolo, protagonista di una storica mobilitazione pacifica per l’apertura dell’ospedale di Sapri. Un momento che segnò la storia civile e democratica del Cilento.
Oggi, a distanza di decenni, la dottoressa torna a farsi sentire, tracciando con fermezza le linee di una condotta chiara, decisa, e soprattutto non più rinviabile.
«Siamo dinanzi a un processo di impoverimento delle strutture sanitarie territoriali, che va arrestato con ogni mezzo legale e civile a nostra disposizione», scrive Cimmino. «L’ospedale di Sapri è un presidio strategico per un’area vasta, montana e costiera, che non può permettersi di vederlo depotenziato o, peggio ancora, chiuso. Questo non è un problema di campanile, ma di diritti costituzionali violati».
Alla sua lucida e vibrante analisi, si è aggiunta la dura, incisiva denuncia del giornalista Rai Pasquale Scaldaferri, da sempre attento osservatore delle dinamiche sociali e politiche del territorio.
«Bisogna smetterla con le giaculatorie dei politicanti da ascensore, figure amorfe e inconcludenti che, in tutti questi anni, non sono stati capaci nemmeno di produrre una mozione degna di questo nome da presentare in alcuna sede istituzionale», tuona Scaldaferri.
Poi, l’affondo rivolto direttamente agli amministratori locali: «Ai sindaci del Golfo di Policastro dico questo: se non siete complici, o peggio ancora silenti esecutori delle nefandezze partorite da governi regionali e nazionali, allora abbiate il coraggio di restituire le fasce tricolori. Dimettetevi. In massa. Fatelo come gesto estremo di ribellione civile».
E l’appello si estende anche ai cittadini: «A ruota – continua Scaldaferri – la popolazione dovrebbe consegnare i certificati elettorali. Perché questa sarebbe una vera, altissima manifestazione di civiltà democratica, politica e culturale. Una lezione necessaria all’inadeguatezza, all’ignavia e alla sciatteria di una politica stracciona».
Le parole di Cimmino e Scaldaferri non sono solo sfogo o indignazione. Sono un grido che squarcia il silenzio. Un appello alla responsabilità, alla memoria storica, ma soprattutto all’azione collettiva.
Perché la questione dell’ospedale di Sapri non è un caso isolato. È il simbolo di una deriva che riguarda tutti. E che chiama tutti – cittadini, professionisti, amministratori – a una scelta: restare inerti o reagire.

M.O

Qui di seguito pubblichiamo la lettera della dottoressa Pina Cimmino

Cari conterranei del basso-Cilento, dobbiamo prendere atto che per il governo regionale e centrale, noi siamo un non-popolo.

Non abbiamo peso politico, non identità storica, non capacità civica, non cultura, non utilità economica, non valenza storica, non valore umano, non dignità che meritino attenzione socio-politica, né promozione e neanche il mantenimento dello status quo, di quel minimo di tutela e di garanzia di vita civile, finora sudatamente raggiunto.

La nostra storia scrive nuove avvilenti pagine depredatorie. Allo scippo del tribunale di Sala Consilina, al taglio dell’alta velocità della strada ferrata, alla colpevole incuria delle condizioni di viabilità è richiesto pionieristico spirito carovaniero per raggiungere le aree più periferiche del nostro territorio, riportando alla memoria epici film western, si aggiunge una sorta di pulizia etnica eseguita in giacca e cravatta, perché gli autoctoni non avranno più diritto a dare ai figli i natali nel proprio territorio.

Succedeva già 50 anni fa. Vi ricorda nulla il nome di don Giovanni Iantorno?

Il Comitato di lotta per l’apertura dell’ospedale di Sapri, che di fatto è ospedale del golfo di Policastro e del suo hinterland?

Le nascite avvenute su veicoli di fortuna mentre le partorienti cercavano disperatamente di raggiungere in tempo i punti nascita degli ospedali più vicini? Macché!

Qualche nascituro scostumato aveva la pretesa di nascere prima, senza avere la decenza di aspettare l’arrivo a destinazione, in mano ad improvvisati e tremebondi ostetrici.

Il nostro territorio, orograficamente equiparabile, per disagio di distanze e di rete viaria, alle isole non merita per le donne, locali ed eventualmente villeggianti o in transito, una dignitosa e serena gestazione, né tantomeno un parto protetto in struttura deputata ad hoc, facilmente raggiungibile e con assistenza sanitaria e ostetrica!

A proposito, i notabili politici non dimenticassero di festeggiare la prossima festa della donna, sarebbe un’imperdonabile mancanza di bon ton! Non vi pare? Ah, un’altra cosa mi sfuggiva di suggerire: le tasse che paghiamo per garantire la sanità pubblica, non dimenticassero di utilizzarle per sostenere le convenzioni con strutture private.

Sarebbe bello che la chiusura del punto nascite fosse controbilanciato dallo spuntare, come un fungo, di una bella clinica privata, vero?

Esprimo stima e solidale sostegno a tutte le donne e agli operatori sanitari dell’UO di ostetricia e ginecologia del nosocomio saprese che, in questi anni, al limite del sostenibile per cronica carenza di organico, hanno fatto nascere i nuovi cittadini del golfo di Policastro e dintorni, al Presidio ospedaliero dell’ Immacolata di Sapri, prestando competente assistenza professionale ai neonati e alle loro mamme.

Ad maiora, eh!